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Ebraismo
La morte e il lutto
con la supervisione di Ariel Di Porto, Rabbino della Comunità di Roma.
Introduzione all’Ebraismo
L’Ebraismo è una religione monoteistica alla cui base c’è l’insegnamento scritto nella Bibbia divisa in Torah (Pentateuco), Neviim (Profeti), Ketuvim (scritti agiografici).
Secondo la narrazione biblica l’ebraismo nacque in un’epoca intorno al XIV-XV secolo prima dell’era volgare con Abramo, un pastore nomade originario di Ur dei Caldei, città mesopotamica, il quale si pose al servizio di un unico Dio, abbandonando il culto degli idoli e tutto il suo mondo originario. In compenso Dio gli promette, con un patto vincolante, una discendenza numerosa, il possesso della terra dove si è recato e una benedizione continua che da lui e dalla sua discendenza si irradierà a tutte le famiglie della terra.
Tale terra era allora detta di Canaan, dal nome del popolo che l’abitava e che, dieci secoli dopo, i Greci avrebbero iniziato a chiamare Palestina, dai Filistei, il popolo che si era insediato dal XII secolo nelle sue regioni costiere. Per gli ebrei il nome di questa terra rimarrà a lungo quello di Canaan, per divenire in seguito e fino a oggi, quello d’Israele.
Secondo l’idea tradizionale i libri biblici sono stati scritti nell’epoca dei fatti narrati; secondo la critica sono molto più tardi, ma in ogni caso la scrittura dei libri del Pentateuco e delle opere profetiche dovrebbe essersi conclusa all’inizio del secondo Tempio.
Nel 70 dell’era volgare il Tempio di Gerusalemme venne distrutto da Tito che privò quindi l’ebraismo del centro fisico della sua vita culturale, nella quale avevano una importanza essenziale i riti sacrificali e l’osservanza di pratiche di purità, dei quali erano protagonisti e custodi i sacerdoti: tali si è, nell’ebraismo, per nascita, discendendo dalla stirpe sacerdotale di Aron, fratello di Mosè.
I primi secoli dell’era volgare sono contrassegnati da una produzione culturale, che ha come protagonisti i rabbini, cioè i maestri della tradizione giuridica e spirituale di Israele, che elaborarono e svilupparono un enorme patrimonio morale e giuridico. L’ebraismo stesso cambiò aspetto, per effetto degli avvenimenti di cui era stato vittima. Nel 135 l’ultima rivolta giudaica contro i Romani fu definitivamente domata nella repressione più brutale.
Da allora gli ebrei non ebbero più unità statale, e si dispersero progressivamente per il mondo.
Il rabbino, a differenza del sacerdote, non è tale per nascita, ma è un maestro della dottrina religiosa, che è arrivato a questa dignità con lo studio e con la pratica di una condotta esemplare. Con la distruzione del Tempio, finito il ruolo del sacerdozio (in senso pratico, anche se tuttora i sacerdoti nell’ebraismo esistono, senza le funzioni di un tempo), furono i rabbini ad assumere la guida culturale e spirituale dell’ebraismo.
Da questa opera grandiosa, che si compì nel quinto secolo, nacque la letteratura talmudica, che fu la base delle elaborazioni successive. Anche in una evoluzione storica così lunga e articolata è possibile mettere in evidenza alcuni punti essenziali e comuni che rappresentano le basi fondamentali dell’ebraismo.
La più importante è l’idea monoteistica, il Dio in cui crede Israele è l’unico ritenuto possibile, creatore di tutta la realtà esistente, che non ammette alcuna divisione di ruoli; non esiste al di fuori di Lui alcun altro dio; gli idoli in cui l’uomo pone fiducia non hanno senso, non hanno fondamento. Nulla può esistere senza di Lui, mentre Egli preesiste alla creazione e a ogni realtà. E’ infinito, assolutamente spirituale e incorporeo, non rappresentabile: ogni immagine che se ne pretenda di fare è una terribile offesa, un tentativo di rapportare alle dimensioni umane un’essenza che
per definizione non le appartiene.
Tuttavia l’ebraismo pretende che questa realtà sia, per quanto imperscrutabile, estremamente vicina all’uomo.
Ciò si esprime in vari modi: nell’insegnamento agli uomini di una strada corretta da seguire, nell’illuminazione di personalità eccezionali che comunicano agli uomini questi insegnamenti in momenti speciali; nella garanzia di un ordine in cui la giustizia e la rettitudine siano conservati. L’ebraismo crede nel concetto della ricompensa e della punizione, e vede in Dio il garante di questo ordine, che privilegia la giustizia.

Il problema della sofferenza
Forti di questa fede, per secoli gli autori ebrei, dal libro di salmi a Giobbe, alla letteratura rabbinica, fino ai pensatori della nostra epoca, hanno cercato di trovare una tormentata risposta al problema della sofferenza del giusto in questo mondo. La questione della ricompensa è stata risolta in vari modi: pensando ad esempio a una realtà successiva e diversa da quella di questo mondo, riservata come premio ai giusti; oppure elaborando una concezione divina come criterio assoluto, stimolo e modello da imitare nella promozione della dignità umana; o evitando di affrontare direttamente il problema, avvertendo la realtà quotidiana, anche nei suoi aspetti negativi, come segno di una volontà che per noi è incomprensibile, ma che è pur sempre giusta. Ma il Dio adorato da Israele non è soltanto, come si è soliti pensare, il terribile garante della giustizia e il tremendo e collerico punitore degli empi, ma è anche amore. Secondo la concezione ebraica la volontà divina sulla terra si realizza e si esprime secondo un programma preciso, che è stato consegnato all’uomo.
Questo programma ha un nome, è la Torà, l’insegnamento divino, e si identifica inizialmente con la prima parte della Bibbia, il Pentateuco, in cui sono narrate e interpretate in chiave religiosa le vicende essenziali che segnano la vocazione del popolo ebraico al servizio divino, missione speciale nei confronti dell’umanità cui Israele è legato dal vincolo stretto con Dio. E’ il patto, o meglio una serie di patti con cui si stabilì un impegno per tutte le generazioni successive. Tra le poche consolazioni, è la coscienza di Israele, che anche nelle peggiori circostanze sa che l’impegno divino non è rinunciabile né soggetto a ripensamenti, e che Dio quindi non potrà mai lasciare il suo popolo e svincolarlo dal suo patto.
La vita ebraica è scandita da norme minuziose per ogni situazione, sia nel tempo della gioia che in quello del dolore. La morte, ritenuta dal Talmud (Ketubot 8b) sua parte integrante, è l’unico evento immutabile al quale nessuno può sfuggire. Nelle regole, non si cerca tanto qual è la motivazione, quanto piuttosto quali siano le conseguenze determinate dalla loro osservanza o non osservanza e quale funzione possano svolgere nella vita dell’uomo. La vita e il dolore sono concepiti come passi di un cammino di svelamento della sofferenza che può essere intesa come purificazione, punizione, espiazione, conseguenza delle colpe dei padri, ma anche come possibilità della misericordia di Dio in virtù dell’alleanza dell’uomo con Lui. In questa linea di pensiero la malattia può divenire occasione di consapevolezza, di perdono dato e ricevuto, di guarigione dell’anima (espressione della grazia di Dio) attraverso le sofferenze di cui l’uomo si fa carico. La vita, la salute e la guarigione derivano da Dio, ma l’idea che solamente Dio può guarire, in modo miracoloso, in base a meriti individuali, non è accettabile per l’ebraismo: nessuno deve presumere di avere tanti meriti che gli garantiscano con sicurezza un intervento divino e quindi non deve confidare nella salvezza miracolosa che proviene da Dio, se non ricorre contemporaneamente a tutti gli aiuti possibili, come quelli della medicina che l’uomo è stato in grado di trovare grazie all’intelligenza fornitagli da Dio.
Il medico non può sostituirsi a Dio, ma opera sfruttando la natura per attuare i suoi scopi: tutto ciò avviene nell’ambito di un ordine creato da Dio.
La persona ammalata ha quindi l’obbligo di rivolgersi al medico e curarsi. La tutela della salute personale e del prossimo è un dovere più che un diritto e così l’esercizio della medicina. Nel caso in cui si pongano problemi particolari per l’osservanza delle regole tradizionali (ad esempio riguardo allo shabbath, sabato e alla kasheruth, norma alimentare) il malato o chi per lui, deve informarsi presso l’autorità rabbinica per sapere come comportarsi.
Visitare i malati è una mitzwàh (precetto), un obbligo religioso; nel Talmud si dice che anche il Signore visita i malati. La visita è quindi considerata come un’imitazione degli attributi divini che servono da modello al comportamento umano, un dovere che tutti, senza distinzione d’età o di importanza sociale devono compiere. Secondo la tradizione chi visita i malati non solo deve occuparsi dei suoi bisogni materiali e dei suoi affari terreni (lasciti di beni, sistemazione dei debiti, offerte in beneficienza), ma deve anche pregare per lui perchè egli possa sentirsi ancora utile, attivo e inserito nella società; dovrebbe anche fare in modo di tenergli alto il morale, cercando di confortarlo.
Per questo durante la visita non si dovrebbe assolutamente mostrare tristezza: questo atteggiamento infatti potrebbe essere controproducente. Il visitatore non solo ha una ricompensa sia in questo mondo che nel mondo futuro ma, secondo i Maestri, ha anche la capacità di allungare la vita del malato apportandogli sollievo psicologico e aiuto materiale, servizi che da solo non potrebbe attuare. Anche di Shabbath si possono effettuare visite e, se la malattia è particolarmente grave, ciascuno ha il dovere di visitare subito il malato.
Quando non è possibile essere direttamente presenti, è bene comunque farsi sentire vicini, anche con una chiamata telefonica.
Il visitatore, seduto al lato del letto del malato, è tenuto a pregare per la sua salute, in qualsiasi lingua, non necessariamente in ebraico. La tradizione suggerisce una formula molto breve che si basa sul principio che quando si intercede per il malato si deve anche pensare a tutti coloro che si trovano nella stessa sua situazione di infermità: “Il Signore abbia pietà di te in mezzo ai malati di Israele”.
Alla base c’è la necessità di tutelare il benessere fisico della persona per scongiurare ogni possibile aggravamento delle sue condizioni (unitamente all’uso di analgesici da somministrare in caso di dolore acuto), in modo tale da non compromettere la sua capacità-volontà di vita, al punto che anche una eventuale prognosi infausta va specificata solo se si ritiene che il malato possa sopportarla con fede ed equilibrio.
In particolare, prima della morte è auspicabile la presenza di un rabbino o di amici che preghino con lui e lo incoraggino a professare la sua fede davanti a Dio (unico che può assolverlo dai peccati nella riaffermazione della alleanza diretta, senza necessità di intermediari), a invocare la Sua misericordia perché la pace dello spirito possa colmare il cuore nei momenti di sofferenza.
La delicata attenzione di chi gli sarà vicino farà in modo di non turbare la sua coscienza e lo sosterrà nell’affrontare serenamente un positivo esame di coscienza.
Un correligionario può aiutarlo a recitare la widdui (confessione). Il morente non va lasciato solo, specialmente negli ultimi istanti, e possibilmente va accompagnato recitando il Kaddish(4), la preghiera con cui viene santificato il nome di Dio. L’atto di fede al momento del trapasso segna il culmine di una esistenza e ricollega, attraverso la recitazione dello Shema’, la vicenda del singolo a quella di tutta la collettività. In alcuni luoghi è d’uso accendere dei lumi prima del decesso e si usa aprire le finestre al momento del trapasso.
La lettura dei Salmi inizia durante l’agonia e non solo dopo la morte. I figli devono essere vicini ai genitori morenti, gli allievi al proprio maestro anche perché questi sono momenti in cui il morente lascia delle dichiarazioni di particolare importanza. In caso di morte imminente è preferibile astenersi dal muovere il corpo, dal procurare rumori molesti, dall’espressione di dolore da parte dei presenti.
Non vanno fatti preparativi per la sepoltura né per il lutto. Chi chiude gli occhi ad un agonizzante – dice la Mishnah – è come se lo uccidesse. In genere è proibita qualsiasi azione possa accelerarne la morte: non è permessa l’eutanasia, anche se va garantita in ogni modo la dignità del paziente agonizzante e il suo diritto a non soffrire.
Se in generale non si può fare nulla che acceleri direttamente il processo del morire, in determinate circostanze si possono però rimuovere impedimenti artificiali alla morte. Tale distinzione è molto sottile e richiede grande competenza nella valutazione di ogni singolo caso, che deve essere discusso dall’autorità rabbinica competente.
I criteri tradizionali per la definizione del momento della morte sono la cessazione del respiro e del battito cardiaco. Circa la possibilità di espianto degli organi, la decisione va affidata all’autorità rabbinica di competenza.
Ci sono regole particolari anche per le partorienti in pericolo di vita: in genere, prima che sia venuta alla luce la testa del bambino, la vita della madre precede quella del feto e sono permessi farmaci atti a lenire il dolore. Appena l’agonizzante muore, gli vanno chiusi gli occhi (non di sabato) e va coperto completamente (anche il volto): ciò perché si ricordi la persona come era in vita e non da morta. Questo uso è ulteriormente spiegato dai cabalisti, in rapporto a concezioni mistiche su particolari visioni in punto di morte che non devono essere più turbate da estranei.
Prima di coprire definitivamente la testa c’è chi usa mettere della terra sugli occhi della salma.
E’ preferibile che queste operazioni siano compiute dal figlio maschio maggiore del defunto.
Gli usi riguardanti la cura dei defunti si segnalano per un ‘estrema semplicità. Circa 20 minuti dopo il decesso, la salma va spogliata (non dai familiari), rivestita con un lenzuolo bianco e quindi sdraiata sul pavimento (affinché ceda calore e si rallentino i processi di decomposizione), su cui si può poggiare un lenzuolo o un altro materiale (quest’ultima operazione non di sabato). Al posto del lenzuolo possono essereusate vesti di lino bianco particolari (takhrinkhin).
Si usa coprire la salma con un tallit (vestito quadrangolare con frange agli angoli); sarebbe meglio usare quello che il defunto usava in vita.
Le braccia della salma devono essere distese lungo il corpo e la bocca deve essere chiusa. Si usa coprire gli specchi nel luogo del decesso (almeno nella stanza del decesso, meglio se in tutta l’abitazione). Si accendono (mai di sabato e di Kippur) uno o più lumi accanto alla salma: la luce è un simbolo dell’anima e della vita. Sarebbe preferibile utilizzare lumi a olio dato che il legame tra l’olio e lo stoppino simboleggia il legame tra corpo e anima.
Il lume deve rimanere acceso ininterrottamente per i sette giorni seguenti la sepoltura. Se il decesso avviene in ospedale, si accenderanno i lumi nella casa del defunto o, se ciò non è possibile, nel luogo in cui gli avelim, i parenti stretti, come detto sopra, fanno il lutto.
Le regole che accompagnano il lutto Le regole che accompagnano il lutto fanno parte di quelle cerimonie che potremmo chiamare “di transizione”, che aiutano l’uomo ad affrontare i momenti
importanti e difficili del ciclo della vita. Le norme specifiche cui attenersi durante il periodo di lutto sono descritte nei codici classici, quali il Mishnè Torà di Mosè ben Maimon (Maimonide) e lo Shulchàn Arùkh di Josef Caro, e nelle successive opere che tengono conto dello sviluppo della legge fino ai giorni nostri e che costituiscono tutte insieme il corpus della Halakhà (il cammino, il comportamento).
Nel caso specifico delle regole del lutto, accanto alla descrizione della norma, cercheremo di individuare anche la funzione psicologica che essa può svolgere, dato che la Halakhà è sempre stata attenta alla natura e alle necessità della persona: per quanto detto, è chiaro che, accanto alla visione qui presentata, ve ne possono essere altre, diverse in parte o del tutto.
Il processo del lutto (avelut) inizia dal momento in cui si viene a conoscenza della morte di un proprio congiunto e se ne ha la consapevolezza. Questa consapevolezza coinvolge sia l’aspetto razionale che quello emozionale: la Halakhà definisce gli avelim - i parenti sui quali incombe l’obbligo del lutto, e che sono: genitori, figli, fratelli e sorelle, coniuge - come “coloro di fronte al quale si trova il morto”. La naturale inclinazione dell’uomo a nascondere a se stesso la tragicità dell’evento è ritenuta assolutamente negativa dal punto di vista del processo di crescita dell’uomo, perché può portare alla negazione dell’accaduto e impedire quindi la ripresa, il ritorno alla vita normale. In sostanza la persona in lutto si trova sola davanti al suo morto, in una situazione che potremmo definire quasi di intimità, e quindi deve cercare di liberarsi da tutti i propri impegni per occuparsi del proprio defunto.
Questo approccio trova conferma in quanto affermano i Maestri del Talmud (Sanhedrin 22b): “Il marito muore solo per la moglie e la moglie muore solo per il marito”.
Una norma che meglio di altre esprime l’irreversibilità della morte, è la Keri’à, l’atto con cui i parenti in lutto stracciano la veste in corrispondenza del cuore.
Con questo atto, che è una espressione esteriore di una rottura interiore, è come se i parenti proclamassero che una vita è stata spezzata.
Va inoltre sottolineato che la Halakhà non cerca di addolcire l’evento della morte: secondo la norma tradizionale, il morto non viene portato su una bara adornata di fiori, ma su una semplice lettiga, e viene sepolto con semplici vesti (takhrikhin) uguali per tutti, direttamente in terra, secondo quanto è scritto nella Genesi: Polvere sei e alla polvere tornerai (Genesi 3: 19).
Sempre secondo la Halakhà è non solo necessario, ma è doveroso che l’uomo dia libero sfogo alle sensazioni e ai sentimenti che prova per la perdita di una persona cara. Chi non esprime il suo lutto è definito akhzarì (crudele): il Talmud (Shabbath 108b) stabilisce che: chiunque versa delle lacrime per una persona perbene, il Signore le conta e le ripone nei suoi forzieri.
Un pianto dirotto non è considerato una reazione immatura, ma piuttosto un comportamento che rientra nella norma.
La Bibbia, i cui protagonisti vengono spesso presi a modello, ci racconta del pianto di Abramo alla morte della moglie Sara e del pianto di Giacobbe quando apprende della presunta morte di Giuseppe (Genesi 23:2 e 37: 34-35).
Mentre la morte accade in un preciso momento, il distacco interiore dalla persona scomparsa ha una durata che può variare a seconda delle situazioni e delle persone.
La Halakhà stabilisce in proposito diversi livelli di lutto, da quello più rigido dei primi giorni a quello via via più leggero, con il trascorrere del tempo. Chi ha a che fare con una salma, deve sapere che si tratta di una entità sacra: il corpo del morto viene paragonato a Sefer Toràh, per cui mancare di rispetto a un morto o tenere atteggiamenti poco seri davanti alla salma è una colpa grave. In presenza del morto si possono fare solo le cose che lo riguardano, per questo non si deve mangiare nel luogo in cui si trova: sarebbe una grave mancanza di rispetto. Bisogna assolutamente
evitare di baciare il morto ma qualcuno consente di baciare le salme dei genitori. Prima della sepoltura bisogna sorvegliare il morto, di giorno e di notte, persino di shabbath. All’esercizio di questo dovere partecipano i familiari, gli amici, il personale della comunità: è un modo per sottolineare la fragilità della condizione umana (esposta ad animali o insetti) dal momento che il corpo del defunto non ha più alcuna difesa autonoma ed è esposto alla natura.
Se il decesso avviene in ospedale o se la salma viene messa a disposizione della magistratura ed in particolare se viene richiesta l’autopsia, si deve consultare un rabbino per garantire il rispetto delle norme ebraiche per quanto possibile. Prima della sepoltura la salma deve essere sottoposta alla rechitzàh, che erve ad onorare il morto eliminando da lui ogni sporcizia e cattivo odore. Dopo il lavaggio si aggiunge il taglio delle unghie e la rasatura della barba. Se muore un neonato al quale non è stata fatta la milàh (circoncisione), gliela si fa prima della sepoltura.
E’ bene che anche il trasporto della bara venga eseguito da ebrei.

Le varie fasi del lutto
Queste sono le varie fasi del lutto:
Onenut: è il periodo che passa dal momento in cui la persona viene a conoscenza della morte del proprio congiunto fino alla sepoltura; la persona non deve occuparsi dei suoi doveri religiosi o sociali, ma soltanto dell’evento tragico che lo ha colpito e dedicarsi soprattutto alla preparazione della sepoltura del proprio caro.
Shiv’à: i primi sette giorni dalla sepoltura: l’avel è completamente immerso nel suo nuovo stato di avelut, uno status terminato il quale, potrà tornare lentamente alla vita normale.
Nei primi sette giorni è proibito all’avel fare un bagno completo, farsi la barba, calzare scarpe di cuoio, avere rapporti sessuali e lavorare.
Il primo mese e il primo anno: al termine della Shiv’à, l’avel riprende la sua routine, ma il lutto non è terminato. I termini del lutto sono ora più ridotti, ma il primo mese dalla sepoltura è ancora pieno di simboli e di atti che caratterizzano lo status di avel.
L’anniversario annuale: il ritorno alla vita normale dopo un anno non significa una rottura totale del rapporto con chi ci ha lasciato. Specialmente per i genitori, ma anche per gli altri congiunti, è previsto l’uso della Azkarà, della preghiera di ricordo nel giorno dell’anniversario, che va dedicato alla preghiera e allo studio in ricordo della persona scomparsa.
Solitudine e consolazione: come spesso accade a chi subisce una disgrazia, l’avel finisce per trovarsi da solo.
L’avel non deve essere lasciato da solo a piangere la persona morta. Il primo atto di consolazione avviene immediatamente dopo la sepoltura, quando gli avelim si trovano ancora al cimitero. Coloro che hanno accompagnato il feretro si mettono in fila in piedi (Amidà beshurà) e consolano gli avelim. Subito dopo amici o parenti meno stretti preparano il primo pasto, detto di rianimazione (Seudàt avraà): infatti, l’avel è portato a trascurare la sua salute ed è quindi necessario occuparsene.
Meglio di tanti altri commenti o spiegazioni, questa parabola del Maghid di Dubna esprime l’atteggiamento che secondo l’ebraismo si deve assumere di fronte alla ferita che segue alla morte di una persona cara.
“Un re aveva un diamante grande, bello e puro di cui si vantava molto, perché al mondo non ce n’era uno eguale. Accadde che un giorno, per errore, il diamante subì un graffio profondo. Il re mandò a chiamare i migliori intagliatori di diamanti e propose loro una grande ricompensa a chi fosse riuscito ad eliminare il difetto dal diamante, ma nessuno di loro fu in grado di farlo. Il re se ne rattristò molto. Trascorse un certo tempo e si presentò al re un artigiano, che sosteneva di essere specializzato nella raffinazione delle pietre preziose. Egli si impegnò a riparare il raro diamante e a renderlo ancora più bello di quanto fosse prima dell’incidente.
La sua sicurezza impressionò il re che consegnò nelle sue mani la pietra preziosa. L’uomo mantenne la sua parola. Con un’arte davvero straordinaria egli incise un bellissimo bocciolo di rosa intorno alla graffiatura, con la graffiatura che faceva da stelo alla rosa”.
Anche le ferite più profonde, attraverso il ricordo dei nostri cari, possono essere un’occasione per incidere nel nostro cuore immagini di bellezza e di incanto:
la tradizione ebraica fornisce i primi elementi per guarire la ferita, sta all’uomo elaborarli.


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