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Islamismo
Il musulmano di fronte alla morte
di Imam Yahya Pallavicini CO.RE.IS (Comunità Religiosa Islamica) Ahmad ‘Abd al Quddus Walter Panetta Accademia ISA (Interreligious Studies Academy) italiana

L’Islam è la terza Rivelazione del Monoteismo abramico e il Profeta Muhammad (su di Lui la Pace e la Benedizione di Dio, 570-632 d.C.) il Sigillo della Profezia, in quanto è articolo di fede per l’Islam che con la sua venuta si sia concluso il ciclo dei messaggi profetici, mentre il Cristo della seconda venuta non apporterà più una nuova Rivelazione, ma sarà il Sigillo della Santità con cui si chiuderà il presente ciclo dell’umanità.
L’Islam, dunque, riconosce la validità di tutte le tradizioni ortodosse dall’origine della Creazione alla fine dell’umanità. Il primo Profeta islamico è infatti Adamo, con il quale inizia il ciclo della Profezia. Questo per dire che, naturalmente, la dottrina islamica non differisce al fondo da nessun’altra dottrina tradizionale ortodossa, è cioè trasparente all’Essenza metafisica della realtà. Le differenze sopravvengono solo a causa dell’opacità dei cuori degli uomini che non riescono più a percepire le cose per quello che sono, sovrapponendovi le proprie interpretazioni razionalistiche
e ideologiche.
La realtà della morte dovrebbe richiamare ogni uomo a questa sincerità, e le attuali confusioni che vedono sempre più coinvolti uomini che anche di fronte alla morte restano imprigionati nelle proprie nebbie psichiche e nelle proprie strutture mentali pare essere un vero e proprio “segno dei tempi”.
Oggi è divenuto difficile distinguere il filo bianco dal filo nero, il grano dal loglio; tutto diviene estremamente confuso a causa di situazioni paradossali che si sono create anche a causa delle possibilità offerte dalla moderna tecnologia medica.
Eppure, si dirà, ogni uomo dovrebbe ricercare il proprio bene, almeno di fronte alla morte. Ma non è così, in quanto il rifiuto della pratica religiosa, i vizi di pensiero e le cattive abitudini, per non dire il peso di azioni più gravi, impediscono agli uomini di tenere aperta la comunicazione con la propria essenza spirituale. Questo spiega anche perché tutte le religioni accolgono il pentimento in punto di morte, mentre il bigotto moralismo che fa da pendant alla spregiudicatezza contemporanea considera costoro ipocriti, in quanto il fatto di pentirsi alla fine della vita sarebbe “troppo comodo”.
Ma Dio solo conosce la sincerità dell’intenzione di chi vuole orientarsi nuovamente verso di Lui (da intendere, “tendere verso il Centro”), e tutti gli sforzi di un’autentica vita religiosa hanno esclusivamente la funzione di poter essere colti preparati al momento del trapasso. Solo l’ultimo istante conta veramente e raccoglie i frutti di un’intera esistenza, ma non vi sono garanzie nei frutti dell’azione se non nella misura in cui Dio li accetta, e solo la Conoscenza porta in sé il proprio frutto.
Qualcuno potrebbe considerare questa prospettiva scoraggiante e difficile da applicare, ma non è così, anzi è esattamente l’opposto e, se ci si rifletterà bene, ci si renderà conto che ogni altro modo di considerare le cose implica la possibilità di potere prescindere dalla sincerità verso Dio, mentre se si è sinceri verso di Lui il giogo diventa leggero e le azioni non gravi verranno cancellate dalla Sua Misericordia. Il musulmano si sforza dunque nel corso della propria vita di conformarsi alle intenzioni (per mezzo della penetrazione dottrinale) e alle azioni del Profeta Muhammad (nella consapevolezza dei limiti della propria conoscenza rispetto a quella dell’Inviato di Dio), chiedendo a Dio di accettare i propri atti.
Vi è in tutto ciò un mistero: la religione non è protocollabile.
Quella che può apparire una stessa azione compiuta da due uomini differenti, può venire accettata per uno e non per l’altro, e non solo a causa delle insondabili intenzioni, ma anche per il fatto che essa rispecchi o meno la tensione metafisica richiesta a quel particolare individuo: chi potendo dare dieci offre cinque compie qualcosa di molto diverso da chi potendo dare quattro realizza per la prima volta, grazie a questo sforzo, il cinque che Dio gli ha richiesto.
Ma Dio è più sapiente e conosce anche le debolezze e i cedimenti degli uomini.
Occorre, per concludere, anche guardarsi da qualsiasi prospettiva eccessivamente psicologistica, perché di fronte alla morte la psicologia diviene convenzionale se non sa accettare i propri limiti.
Con la morte, infatti, l’essere umano abbandona proprio quelli che sono i suoi limiti naturali, per assumere, se Dio vuole, la propria natura spirituale, sovrannaturale.
Illudersi di sostenere qualcuno colmando le sue presunte debolezze naturali è totalmente sbagliato, gli impedisce così di prepararsi realmente a questo passaggio.
Dovrebbe anzi essere proprio la vicinanza con chi muore ad aiutare chi lo deve sostenere a ritrovare a propria volta un orientamento più essenziale, con beneficio reciproco.
Fra musulmani questo aiuto non può consistere che nel richiamarsi vicendevolmente al ricordo di Dio.
Prima della morte
Da un punto di vista pratico, il musulmano in punto di morte non dovrebbe essere lasciato solo, ma le persone migliori e più pie tra i familiari e gli amici dovrebbero essere presenti per aiutarlo a prepararsi al passo più importante della sua vita, invitandolo con grande gentilezza a rivolgersi a Dio, a pentirsi e a ricordare la Grazia e il Perdono di Allah.
La religione esorta a che il morente si stabilisca il più saldamente possibile in uno stato di grande fiducia in Dio, così come il Profeta Muhammad ammoniva: nessun musulmano morisse se non sperando e aspettandosi il meglio da Allah. Ogni atto di coloro che assistono il moribondo dovrebbe essere improntato alla più grande delicatezza ed essere finalizzato a rafforzarne la speranza e lo stato di pacificata sottomissione a Dio, aiutandolo a non lasciarsi sopraffare dal dolore o dal panico.
I musulmani presenti suggeriscono al morente la shahada, la formula con cui si attesta la fede islamica, non insistendo o chiedendogli esplicitamente di pronunciarla, ma sussurrandogliela all’orecchio. Successivamente, quando lo sguardo diventa ormai fisso - ma non prima, per non indurlo al terrore - il volto del morente viene rivolto verso la quibla, la direzione verso la quale il musulmano compie la preghiera a Dio.
Dopo la morte Una volta spirato, gli occhi del defunto devono essere chiusi e, ancora prima di procedere all’abluzione rituale, il corpo è immediatamente coperto con un lenzuolo pulito.
E’ da sottolineare come dal momento della morte qualsiasi atto che alteri l’integrità del corpo, come il tagliarne i capelli, la barba, o le unghie, sia riprovevole, dando con ciò la misura di quanto sia penoso per un musulmano dover sottoporre il corpo di un defunto a pratiche mediche invasive o ad autopsia, per quanto ovviamente ciò debba essere rispettosamente accettato nei casi dovuti per legge.
Sia nei momenti che precedono la morte, sia in quelli successivi, non solo al morente, ma a tutti i presenti è raccomandato un contegno religioso, pur nel dolore, non essendo ammesse né grida, né frasi che possano offendere la fede, ma piuttosto invocazionidi Grazia, preghiere per il defunto, sostegno e conforto per i suoi familiari.
A questo punto si raccomanda di affrettare il più possibile tutto ciò che si riferisce alla preparazione del corpo per il rito del lavaggio funebre e per la sepoltura.
Il lavaggio rituale si compie in un luogo dignitoso, chiuso e appartato, in cui si possa disporre di acqua pulita. Il corpo viene lavato dai familiari, o da altri musulmani, secondo una precisa sequenza di atti predeterminati e - a meno che non si tratti del proprio coniuge - gli uomini assolvono al compito di abluire gli uomini e le donne assolvono al compito di abluire le donne, con grande gentilezza, senza che il defunto sia mai interamente scoperto, ma rispettandone il pudore e la delicatezza, senza commenti e alla presenza di nessun altro che non sia il lavatore e chi lo
aiuti nel compimento del rito. Purificato il corpo con l’abluzione, esso viene asciugato, immediatamente avvolto in un lenzuolo pulito e quindi condotto senza ritardo verso il luogo in cui, dopo una preghiera comunitaria, il musulmano troverà infine sepoltura, orientato in quella stessa direzione rituale verso la quale, per tutta la vita, furono orientate le sue preghiere e le sue intenzioni.

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